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Alekseij Lazykin, nel suo più recente viaggio, è stato in Italia da metà gennaio all'inizio di marzo 1998. Nel corso della grande mostra a lui dedicata con l'esposizione di oltre mille opere, Lazykin ha fornito vari elementi di lettura del suo itinerario. Intanto, ha visitato altre città italiane, e molti musei. All'Accademia di Brera ha parlato con artisti e studenti italiani. Questa conversazione, svolta nel corso di un intero pomeriggio, è una testimonianza straordinaria della sua vita e della globalità della sua opera. Lei è nato a Podol'sk, nella regione di Mosca, nel 1928. È rimasto in quella città fino a tredici anni. Vuole raccontare qualcosa di quegli anni? Prima della guerra, vivevo
a Podol'sk con i genitori. Allora, avrei voluto iscrivermi al "Palazzo
della Cultura dei Pionieri" per imparare a disegnare. Ma quando i
fascisti hanno attaccato la città era il 1941 , c'è
stata l'evacuazione. La mamma e noi cinque bambini - io ero il maggiore
- siamo partiti. Rimase mio padre, a capo di un drappello di partigiani.
Ricorda qualcosa, qualche aneddoto, intorno a Suvorov? Era una persona eccezionale,
andavo spesso a casa sua. Mi raccontava tutto sulla pittura dell'Ermitage,
sul Rinascimento italiano. Aveva insegnato nel grande Istituto Stiglez
di Leningrado. È morto qualche anno fa, a 90 anni. Ricordo che
Suvorov guardava allo stato delle cose nella società, non allo
stesso modo con cui guardavano tutti. E, come tutte le persone anziane,
era perplesso sul nostro sistema sovietico. Diceva che era un sistema
idealista. E lo ribadiva sopra tutto quando veniva a sapere che, in guerra,
in nome di Stalin, la gente si lanciava contro le mitragliatrici; era
idealismo perdere la propria vita in nome di qualche idea, e non si sbagliava.
Come arrivò a Leningrado? È una storia da romanzo. Anzitutto dovetti arrivare a Mosca. E da Mosca prendere il treno per Leningrado. Biglietti, non ce n'erano. Ma con me viaggiavano altri ragazzi con cui avevo fatto amicizia. Mia madre mi aveva preparato una grossa valigia. Gli altri ragazzi e io eravamo lì sul marciapiede, il treno stava per partire allora i treni erano vecchi, e andavano a vapore e noi non avevamo il biglietto. Ci guardano tutti: i passeggeri, i conduttori; ci guardano e noi guardiamo loro. I nostri bagagli erano già sul treno, portati prima da uno dei ragazzi. E ecco partire il treno. Con le nostre cose. Ma noi restiamo lì. Allora uno di noi incomincia a correre, raggiunge la locomotiva, si aggrappa alla scaletta e noi dietro eravamo in quattro. Dopo la prima fermata avevamo già fatto cento chilometri abbiamo tentato di sistemarci lungo i vagoni, ma i conduttori, ogni volta, ci mandavano via. Sicché dovevamo nasconderci. Tutto ciò accadeva, mentre il treno andava. Ma alla fine, rimanendo nascosto in una specie di sala macchine, sono arrivato a Leningrado. Quale fu il suo impatto con la scuola? Frequentai la Scuola media
d'arte. Ma ero un ragazzo di provincia e, all'inizio, non ebbi successo.
Gli insegnanti ne avevamo molti ci dicevano: andate all'Ermitage,
al Museo Russo, educate il vostro gusto. L'Ermitage fu una seconda scuola,
una grande scuola. Noi amavamo la nostra arte russa, e anche l'arte europea,
e Leningrado ce le dava entrambe, ce le offriva in abbondanza. Terminata
la Scuola media, nel 1950 superai l'esame per l'Accademia c'erano
in tutto venti posti e la frequentai per sei anni fino al diploma.
Lei non ha frequentato l'Istituto letterario, ma la poesia che posto occupa nella sua vita e dove si situa rispetto alla pittura? La poesia ora andava ora tornava. Io, comunque, scrivevo. Purtroppo, solo per me stesso. Per questo, non avevo fretta di pubblicare i miei versi. A dire il vero, una volta li mandai alla redazione di un giornale e ricevetti questa risposta: "I suoi versi sono professionali, ma non rispondono ai compiti ideologici della letteratura odierna". Allora la poesia doveva essere scoppiettante di patriottismo. Quali erano le questioni che lei si poneva intorno all'arte e al mestiere di artista? La scuola da noi era ottima.
C'erano ancora i vecchi insegnanti della vecchia cultura russa. A dire
il vero, qualche problema esisteva già dal 1946, quando, a causa
dell'ordinanza di Zdanov, sul giornale "Zvezda" vennero pubblicati
i giudizi su alcuni intellettuali e artisti. Prima di allora, vari insegnanti
illustravano i cosiddetti "formalismi" che poi furono vietati.
All'Ermitage potevamo visitare solo la sala di Repin, addirittura erano
chiuse anche le sale di Konstantin Korovin e Valentin Serov. Con i suoi amici, durante gli anni dell'Accademia, come organizzavate le vostre giornate? Frequentavamo molto la Filarmonica, l'Opera. Avevo un amico artista, ora defunto, che veniva dalla Siberia; era un disegnatore brillante del livello di Serov. Dopo l'Accademia volevamo lavorare insieme, ma poi accadde che io mi sposai e da Leningrado, nel 1957, andai a Mosca, dove incominciò la mia nuova vita. Quanti anni rimase a Leningrado? Dieci-undici anni. Dei compagni dell'Accademia chi ricorda particolarmente? Un caro amico. Oggi vive a San Pietroburgo e è un artista abbastanza noto, un ritrattista. Si chiama Kozlov. Aveva fatto il mio ritratto da giovane. Ci vediamo quando vado a San Pietroburgo. Dopo l'Accademia, però, io sono andato a Mosca, anche se tornavo spesso perché i genitori di mia moglie vivevano a Petrodvoretz, nei dintorni di San Pietroburgo. Avevano una piccola casetta con un giardino, vicino ai palazzi di Nicola II: acqua, laghi, canali e fontane. Là ho dipinto molte opere. Poi venne un figlio. Come fu accolto a Mosca? Mosca non mi accolse molto
bene. Era il periodo di Chruscëv e per stare a Mosca occorreva la
propiska, una specie di permesso di soggiorno. Cioè mi si
proibiva di vivere, con la moglie e il figlio, nella città di Mosca.
In più, se non si aveva la propiska, non si poteva trovare lavoro
da nessuna parte, né entrare nell'Unione degli artisti di Mosca.
Ma, ricorda?, io ero nato a Podol'sk, là avevo molti parenti e
conoscenti, allora sono andato a Podol'sk e, in maniera non ufficiale,
ho ottenuto una propiska temporanea che mi ha permesso di lavorare
nell'Unione regionale moscovita della città di Podol'sk. Per circa
quattro anni ho lavorato lì. E a Mosca, che si trovava a quaranta
chilometri, andavo con il trenino. E che tipo di lavoro svolgeva? Lavori su ordinazione.
Dipinti su diversi temi. L'Unione era una struttura statale. Gli stranieri,
addirittura, c'invidiavano perché noi avevamo sempre lavoro. A
dir la verità, i soldi non erano molti. Lo davamo all'Unione. Si faceva tutto tramite l'Unione che gestiva una Fondazione d'arte. E il lavoro veniva distribuito a vari artisti. Allora voi il cliente non lo conoscevate. Lo incontravamo nel corso del lavoro, quando andavamo in trasferta sul posto dell'ordinazione. Per esempio, io sono stato in Kazakhstan, in Uzbekistan, in Ucraina e ho incontrato i committenti. Facevamo i bozzetti sul posto e i committenti, se confermavano, mettevano il loro timbro e la loro firma. Dopo, il consiglio artistico faceva le sue osservazioni e dava il via al lavoro. Quasi sempre i quadri erano grandi due metri, due metri e mezzo e contenevano molte figure di persone. Rispetto ai temi, si andava dalla rivoluzione, alla guerra, allo sport. Paesaggi ce n'erano, ma pochi. Quando incominciavamo, in genere, ricevevamo un acconto. Era come ricevere uno stipendio? Sì, si chiamava
stipendio garantito. Dell'importo ci veniva data una parte ciascun mese.
Così era come uno stipendio. Sì, solo attraverso
l'Unione. Noi non potevamo vendere da nessuna parte, non c'erano sale
o gallerie dove esporre liberamente, come adesso. Non ci doveva essere
nessuna deviazione dal realismo. Poi, nel 1964, ho scoperto Cézanne,
e ho visitato la mostra di Petrov-Vodkin, che a suo tempo era stato proibito.
E le mostre dove le facevate? Quelle che si facevano erano grandi mostre, russe... pansovietiche... (quando si tenevano in tutte le repubbliche). E comprendevano lavori di vari artisti. Erano visitate dal pubblico? Si, erano molto frequentate.
Enormi sale... Cosa è accaduto nella sua pittura tra gli anni settanta e gli anni novanta? Sono intervenuti vari processi. Conosco tutti gli stili. Ma scelgo quel linguaggio che in qualche misura concorda con me. Non amo quando l'artista ripete di anno in anno, e per quasi tutta la vita, lo stesso stile, lo stesso linguaggio. Per questo, un'immagine, la natura o un'idea sono sempre un pretesto nuovo. Se la natura mi suggerisce un'aria impressionista, io dipingo qualcosa di impressionista, oppure faccio qualcosa di postimpressionista. Non so, forse sono nel giusto o forse no, ma anche la vita di Picasso ha dimostrato che è così. L'artista vive diverse vite. Non può ripetersi. Insomma, la vita detta le sue condizioni anche nella creazione. Questo ha potuto constatarlo. Sì. Nella vita accade
così. Se io avessi incontrato me stesso, mettiamo negli anni sessanta
o negli anni cinquanta, sarei stato un'altra persona. O forse non mi sarei
potuto incontrare per l'eternità. È un paradosso. Nell'arte,
intendo. Noi incontriamo noi stessi e spesso non troviamo che sconosciuti.
Per questo penso che un uomo viva diverse vite. E l'artista, quindi, deve
vivere molto a lungo. Quanto più l'artista è avanti negli
anni, quanto più posizioni occupa nell'arte e come uomo, tanto
più cresce come artista. Eccovi un esempio: il primo Tiziano e
il tardo Tiziano, il primo Rembrandt e il tardo Rembrandt, e così
per molti artisti. Veri, grandi artisti. Invece, se l'artista non è
grande, di solito nella vecchiaia si distrugge. In lui si dissecca la
fonte spirituale. Il fuoco bisogna alimentarlo perché divampi. Io sogno di vivere ancora molto e diventare veramente un grande artista. Questo è il mio sogno. Adesso ho certe possibilità. Sono libero. Posso scegliere le mie posizioni creative. E è come una nuova nascita. Una primavera. Quali sono ora le sue acquisizioni e dove si trova? È una domanda complessa. Rispondere è molto difficile. L'arte, la creazione, è prima di tutto, come ha detto Majakovskij, "un viaggio nell'ignoto". Io non posso né m'interessa prevedere cosa ci sarà dopo. A me interessa il processo della creazione in un dato momento. Intanto sono qui, vivo, esisto. Poi, si vedrà. L'Unione degli artisti di Mosca prosegue con varie esposizioni. A suo parere, ci sono stati artisti importanti? Sì, da noi c'erano
molti buoni artisti. Avevamo una buona scuola di pittura. Della tendenza
dell'arte in Europa occidentale a me interessano i momenti estetici. Nell'arte
occidentale oggi si pone la questione se ogni artista debba essere differente
da un altro: per questo, però, una scuola professionale di disegno
e di pittura non è necessaria perché ciascuno può
esprimere se stesso, anche senza scuola. Ci sono tanti casi in cui qualcuno
va in piazza, fa qualcosa fuori dell'ordinario e dice: questa è
arte. Ma per giungere all'arte bisogna passare attraverso una grande ricerca.
Inoltre, non è necessario che ciascuno, dopo avere frequentato
l'Istituto o l'Accademia, diventi un artista. Molti restano semplicemente
bravi artigiani. In Russia la situazione com'è? Oggi, da noi, la scuola ha ridotto la sua incidenza, e molti artisti già non pensano più ai problemi della pittura. Il mercato detta condizioni completamente nuove. Da qui è venuta la moda dei saloni d'arte. Un bello esteriore, ma la qualità dei pittori odierni si perde. La gioventù ha il diritto di vivere come vuole. Forse i vecchi non hanno ragione. Aveva ragione Rembrandt? L'opera di Rembrandt che io preferisco, e che si trova all'Ermitage, è Il ritorno del figliuol prodigo. In essa c'è la qualità della pittura. C'è l'evoluzione, la tensione coloristica, la composizione e la struttura moderna. E tutto questo ci sorprende. Se in Raffaello, per esempio, c'è un ideale spirituale, in Rembrandt c'è la nostra vita viva, insomma tutto. La sua pittura è bellissima. Okontzov andava a guardarlo sempre, e insegnò anche a noi a guardarlo. Per il pittore è importante amare il colore, sentirlo non come una pasta umida che si schiaccia dal tubetto, ma avvertirlo quando si trasforma in una cosa preziosa: sono pietre preziose quelle che noi vediamo in Rembrandt, in Tiziano, e sono più preziose dei diamanti. Più vicino a noi, Kandinskij aveva detto qualcosa sul colore. Kandinskij ci fu sempre
proibito. Conoscevamo Kandinskij soltanto attraverso opuscoli o articoli
di carattere aspramente critico. Ciononostante, approfittavamo di quegli
opuscoli per le riproduzioni, il testo non c'interessava. Presso i musei,
esistevano fondi chiusi cui solo qualche volta noi, studenti e artisti,
avevamo il permesso di accedere. Per il pubblico erano vietati... Lì
abbiamo visto Kandinskij, i cubisti, tutti. |
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Il
materiale di questo sito è tratto dal libro d'arte "Alekseij
Lazykin. La pittura", a cura di Fabiola Giancotti, Spirali/Vel
1998
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